![[iv]. 12 febbraio 2006](../documents/H__iv___12_febbraio_2006_133.gif)
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…vox humana… ...cantate di rameau » haendel » bach...
”Per molti Rameau è l’autore del celebre rigaudon di Dardanus, nient’altro... [...] Ebbene, noi abbiamo una tradizione puramente francese nella sua opera, una tradizione di delicata, affascinante tenerezza, di giusti accenti, di declamazione vocale rigorosa nella sua scrittura senza quella affettazione della profondità Germanica nè la necessità di grandi sottolineature....“ Così scriveva il 2 febbraio 1903 sul giornale ”Gil Blas“ il grande compositore francese Claude Debussy (sotto lo pseudonimo del Signor Croche antidilettante) in un suo saggio su Jean-Philippe Rameau. E sempre Debussy, nove anni più tardi, scrive dell’autore del Traité de l’harmonie: ”Era un filosofo nato. [...] L’immenso contributo di Rameau è stato quello della scoperta della ”sensibilità nell’armonia“; ch’egli ottenne nel dipingere certi colori, certe nuances delle quali musicisti prima di lui ne erano solo vagamente a conoscenza“ e, infine, ”La musica francese è chiarezza, eleganza, semplicità, declamazione naturale; la musica francese cerca, dopo tutto, di rendere piacere. Couperin, Rameau, questi sono veri francesi!“
1727. Anno di relativa calma per Johann Sebastian Bach. La sua produzione di cantate è ridotta. Una delle ultime del terzo ciclo del periodo di Lipsia, è per la Festa della Purificazione di Maria Vergine il 2 febbraio. E‘ la meravigliosa ”Ich habe genug“ - cantata per basso solo, oboe (da caccia), archi e continuo BWV 82; è questa un’opera talmente singolare che Bach ne allestirà negli anni a seguire molte altre versioni (e non parodie), di cui una per soprano o alto e flauto. Singolare anche nel fatto di essere, tra le cantate sacre, priva di coro o di elaborazioni di corali luterani. Da considerare senz‘altro una delle vette artistiche più alte dell’opera di Bach, vi ritroviamo quella specie di ossessione mista a dolcezza della morte come liberatrice che pervade tanto il testo quanto la musica e che porta la sua espressione dalla nostalgia della prima aria alla gioia dell‘ultima. In essa l’autore, andando oltre quella che è la pratica standard dei suoi contemporanei, affianca allo struggente canto del solista, melodie parimenti rilevanti ed espressive dell‘oboe non già in stile concertante, ma come in un infinito duetto vocale.
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